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All that you can leave behind

Manila

Il facchino mi agguanta nella Hall e non mi da nemmeno il tempo di fiatare "Are you leaving? Airport?". Ha già le valigie in mano, entrambe, e con la mano rimasta libera (ma quante ne ha?) ha già chiamato l'ascensore. Mi accompagna fino in strada e ferma uno dei pochi taxi che passano innanzi all'hotel. Oggi è giovedì santo e Manila è festa, così come il venerdì. Così l'immenso Mall stracolmo di negozi di ogni multinazionale esistente sulla terra è chiuso, come un pò tutti i negozi. Incredibile per Makati, la zona super business di Manila in cui ho vissuto in queste tre settimane da Manilota. Gli unici che sembrano lavorare oggi sembrano gli operai addetti al manto stradale che in una temperatura indecente (ci saranno almeno 30 gradi all'ombra) operano sfruttando l'artificiale calma del giorno di festa. Una volta "caricato" in macchina uno degli usceri dell'hotel si fa dare l'id dall'autista del taxi. "Why did they asked for your ID?" dico all'autista che con un sorriso tipo tastiera da pianoforte biasciachica in uno stentatissimo inglese "for security". "I don't think is needed" gli dico sorridente, infondo in tre settimane non ho mai avuto alcun problema, "No no" risponde lui. Strano ma in questo breve lasso di tempo forse solo tra i taxisti ho trovato un inglese zoppicante. L'inglese qui è normale, anche se spesso veloce e a voce bassa, il che unito alla mia scarsa padronanza dello stesso mi porta spesso a fare l'espressione dello storno con l'espressione di chi non ha capito una mazza. Mentre mi riaccompagna verso l'areoporto di Manila nel traffico singolarmente inesistente della capitale filippina, mi chiede da dove vengo e quando gli rispondo che vengo dall'Italia si affretta a dirmi che un cugino vive là. Un secondo dopo il cugino ha un marito italiano, al che capisco che è una cugina. Sia lodato il signore. Mi chiede se l'Italia sia in Europa... Ovvio. Anche il Canada? mi dice. No forse la geografia non è il suo forte ma ci si capisce. E il Vaticano? Si il Vaticano è inItalia ma è davvero complicato spiegargli le modalità che i patti lateransi hanno concepito, quindi alla fine glisso su un ragionamento che francamente dubito possa aver compreso. Sorridente, mi chiede cosa ci faccia lì e se mi piacciano le Filippine. Si le filippine mi piaciono, anzitutto per la temperatura, per la gentilezza delle persone, e poi per quanto è verde e rigogliosa la vegetazione... ma il lavoro mi ha fatto davvero apprezzare ben poco di quest'isola tropicale nel pacifico. Del resto però non si può certo parlare di chissà quali bellezze artistiche o storiche, se si tolgono qualche chiesa costruita dagli spagnoli nel 500 e poco altro.

Così finisce come sempre quando rientro in Italia: non vedo l'ora. Dopotutto chi può vantare tutto quello che abbiamo noi? Arte, cultura, storia, cucina, calcio, mafia, malgoverno... Alla fine il bel paese è qualcosa che ho nel sangue e che non posso scrollarmi di dosso. E' casa mia. E uno in genere di casa ne ha una e una sola degna di quel nome. A volte ti capita di sentirti "come" a casa, ma non è certamente la stessa cosa.

Il taxista mi ridesta da questa sorta di sogno ad occhi aperti e il tempo di pagare i 160 pesos (maledizione all'andata come ho fatto a pagarne 1800?) mi ritrovo già nell'area checkin in largo anticipo in attesa del volo per Milano. Sarà una lunga attesa ma il grande schermo che proietta l'ennesima partita NBA mi ricorda che dopotutto anche l'Italia non è poi sempre il massimo per tutto. Del resto molto spesso le cose che ti piacciono non le scegli tu.